mercoledì, settembre 26, 2007

Nubifragio

Aeroporto Marco Polo, Venezia. Ore 10.00 circa di questa mattina...

lunedì, settembre 24, 2007

Normalità e patologia


Normalità e patologia

Il concetto di "normalità"


Quando è possibile reputare una persona: "malata mentalmente"? Dove finisce la salute e inizia una esistenza dominata dal dolore psichico?
Si tratta di interrogativi che la psichiatria e la psicologia clinica hanno dovuto affrontare da sempre. Prima dell’opera di S. Freud la psichiatria classica distingueva con rigidità le persone dette "sane", da coloro che erano considerati i "malati mentali", senza possibilità di zone intermedie, dove normalità e patologia potevano incontrarsi.
La paura, o l’orrore che derivava dalla condotta "strana" a volte violenta o irridente del "folle", aveva provocato, nella storia, diverse idee sulla natura della malattia stessa. Si trattava spesso di concetti con cui la scienza non aveva nulla a che vedere. Idee popolari, miste a principi superstiziosi o a credenze pseudo-religiose, avevano finito col generare l’opinione che il malato di mente fosse una creatura demoniaca; la sua "degenerazione" mostrava l’esempio evidente di ciò a cui poteva ridursi l’uomo, una volta che il demonio si fosse impossessato della sua anima.
In altri casi la follia era ricondotta invece all’emergere delle più bieche ed animalesche tendenze umane, ed in altri ancora il malato mentale non veniva addirittura riconosciuto come persona umana, ma trattato alla stregua di una bestia feroce.
In realtà la "diversità" che manifesta la malattia, nella sua forma più evidente, la follia, ha da sempre acceso la fantasia popolare, suscitando immagini paurose, da cui doversi difendere.
L’idea che il "matto" fosse in preda a spiriti maligni o l’espressione della malevolenza di un qualche dèmone era diffusa in tutta l’antichità, ma anche la ben più evoluta civiltà del Rinascimento non aveva rinunciato a considerare la malattia mentale con atteggiamento superstizioso. Nell’età della Ragione e dell’Armonia rimane prevalente la spiegazione religiosa che evoca maledizioni e la necessità di purgare il peccato mediante strumenti terribili come la tortura e il rogo. Al malato mentale, la sua comparsa, vengono ricondotte tutte le calamità naturali, le carestie, le ondate di pestilenza.
L’orrore, la paura profonda della follia, evoca altro orrore e l’intolleranza. Dalla fine del Quattrocento vengono perciò bruciati vivi centinaia di migliaia di "streghe" e "maghi", fra i quali la maggioranza era costituita da malati psichiatrici.
Altrettanti, e forse molti di più, venivano invece condotti fuori dalle mure delle città, e abbandonati al loro destino. Talora erano costretti a vivere errando per le campagne, costretti a sfamarsi mediante il furto o l’elemosina, ma più spesso si riunivano in gruppi nomadi.
L’invenzione dei reclusori, come luoghi di segregazione del "malato mentale" a scopo di "difesa sociale", nascono fra il Sei e il Settecento ed anche se talora vengono definiti col nome di Ospedali, con quelli odierni non hanno nulla da dividere. È solo con la creazione del Manicomio - luogo preposto a cure mediche e a "tutela" della persona ammalata - che si inizia a considerare la sofferenza del "folle" come motivazione per un suo trattamento sanitario, e quindi ha inizio un vero e proprio processo terapeutico. Ma siamo già nell’Ottocento.
Il Novecento condivide la grande evoluzione scientifica che ha portato alla elaborazione di numerosi progetti terapeutici: dall’invenzione degli psicofarmaci alla definizione di diversi indirizzi di psicoterapia. È anche l’epoca della deistituzionalizzazione delle strutture manicomiali e la nascita di una psichiatria sociale. Ma di questo ci occuperemo nel prossimo paragrafo.
Parallelamente al concetto di patologia, anche quello di normalità ha subito una profonda modificazione nel tempo.
Oggi gli psicologi e gli psicopatologi sono molto più prudenti nell’individuare una netta linea di demarcazione fra malattia e salute mentale. Le loro opinioni convergono nel ritenere un essere umano in condizioni di "stato normale", quali che siano i loro problemi profondi, nel momento in cui è in grado di manifestare un buon adattamento ambientale, senza rimanere bloccato di fronte a conflitti particolarmente acuti, senza farsi respingere dagli altri, nonostante le differenze che si strutturano nelle relazioni con loro.
"La cosiddetta persona che "sta bene" - spiega lo psicopatologo francese Jean Bergeret - non sarebbe soprattutto un malato che ignora se stesso, ma un soggetto che porterebbe in sé fissazioni conflittuali tali da configurarlo come malato come molti altri, ma che non avrebbe incontrato sulla sua strada difficoltà interne alle sue facoltà personali di difesa e di adattamento, e che si permetterebbe un gioco abbastanza elastico dei suoi bisogni pulsionali, dei suoi processi primari e secondari, sul piano sia personale che sociale, tenendo in giusto conto la realtà" (1990).
Nella definizione di Bergeret entrano numerosi concetti collegati alla nuova immagine della normalità di cui oggi disponiamo.
In primo luogo occorre notare come permanga un’area di "conflitto psichico" anche all’interno della persona considerata "sana". Da ciò discende l’idea che la persona in salute possa, in ogni momento, entrare in una condizione patologica, qualora i problemi della vita la colgano impreparata e quindi non renda più possibile un suo adattamento ambientale.
La salute, come la malattia, acquista un senso di relatività e non di assolutezza.
Secondariamente Bergeret pone attenzione sia alle caratteristiche bio-psicologiche, profonde di ogni individuo, sia a quelle relative all’ambiente.
Malato non è colui che possiede una struttura biologica "debole", o meglio, non basta questo per qualificare la propensione alla malattia. Altrettanto valore posseggono le viariabili esterne. Vale per tutti l’esempio dello sciamano nelle culture dei popoli di natura.
Il diventare "sciamano" o "uomo-medicina" non è prerogativa di tutti i componenti del gruppo: occorre manifestare "segni" particolari, doti eccezionali, poiché lo sciamano è colui che "cura" i rapporti con il mondo dello Spirito e quindi ha accesso ad aspetti della realtà che non sono comuni.
Spesso lo sciamano deve avere superato prove molto dure, a volte durissime, come la sopravvivenza in condizioni estreme. Presso gli Esquimesi, nessun uomo può essere sciamano se non ha superato l’ostacolo più grande: avere vinto la morte. Superare la morte, vincerla in un qualche modo rappresenta un’azione magica che viene collocata al centro di numerose credenze religiose. La stessa religione cristiana crede nel Cristo Salvatore, che si incarna, soffre, muore e risorge per il Bene dell’umanità.
I segni che indicano la strada a un uomo destinato a diventare "uomo-medicina" sono descritti in modo diverso nelle varie culture. I Lakota hanno grande attenzione alle "visioni" e cioé a momenti di incanto in cui si presentano immagini fantastiche, capaci di comunicare a chi le coglie le comunicazioni misteriose degli spiriti naturali o del Grande Spirito.
La grande visione di Alce Nero ne rappresenta uno straordinario esempio. Nuvola Rossa d’altra parte affermava che "Ogni uomo ha la sua visione. E quando arriva questo momento, egli la deve seguire come l’Aquila segue l’azzurro del cielo".
Le visioni, i comportamenti originali, possono essere visti nella nostra cultura come manifestazioni di malattie mentali: sintomi di un disagio. Un tempo poteva condurre al Manicomio, alla reclusione, e questo, immancabilmente, provocava un peggioramento della condizione di salute del "visionario", il quale, in breve tempo iniziava a comportsrsi esattamente come gli psichiatri avrebbero voluto e cioé come un perfetto "matto".
Nella cultura Lakota il "visionario" reca il segno del comando, della saggezza, della comunicazione col mondo sacro; è stimato e onorato. A lui e non ad altri spetta un posto sociale di grande rango e prestigio. Nella cultura occidentale viene classificato come "delirante" e vive un profondo disadattamento psichico: è un malato.
Con questo non si intende colpevolizzare la cultura dell’Occidente, ma mettere in evidenza come lo stesso fenomeno possa avere conseguenze diametralmente opposte all’interno di culture diverse.
L’ambiente è corresponsabile del rischio di malattia.
L’ultimo aspetto su cui occorre soffermarsi circa l’affermazione di Bergeret riguarda il rapporto con la realtà, e cioé l’idea che l’area del normale possegga una giusta visione delle cose nella loro obiettività e non sia invece troppo deformata dalle condizioni interne, deformate dalle fantasie mentali.
Anche in questo caso la norma coincide con la possibilità di compiere un esame di realtà condiviso con altri, per allinearsi con una opinione comune abbastanza convergente.
Non si tratta però di qualcosa di valido assolutamente, ma della semplice "common life", come la esprimono gli inglesi, e cioé il frutto di una convenzione, condivida a livello sociale.
Tutto questo provoca una idea di normale e di patologico molto meno suddivisibili in campi separati in modo definitivo, per far spazio a opinioni in cui il patologico coincide col disadattativo, col disagio che deriva dall’estraniazione dal vissuto sociale condiviso, con grandi dispendi di energia da parte dei cosiddetti "pazienti".
Per questo motivo la psicopatologia ha dovuto modificare fortemente le sue convinzioni, per giungere a una classificazione molto diversa da quella classica ottocentesca.


Principali disturbi mentali

Ansia
Si tratta di uno stato che viene provato da tutti nel corso della vita. Può essere accompagnato ad alcune situazioni reali che portano preoccupazione, come un esame, una interrogazione, una prova importante. È caratterizzata dalla senzazione di un pericolo incombente dal quale è difficile ripararsi, poiché non ha origine. Nella sua forma più grave, chiamata anche angoscia, la paura intensa che viene provata è ancora più grande in quanto non esiste un motivo esterno che la possa giustificare. Si tratta di una paura senza motivo apparente.
Le manifestazione dell’ansia più evidenti sono la sudorazione intensa, la tachicardia (aumento della frequenza del battito cardiaco), tremori, ecc.
Non si tratta tuttavia di un disturbo specifico, ma una sensazione che si associa a numerose problematiche mentali.

Depressione
La depressione rappresenta uno stato d’animo legato a una disperazione, a un senso d’impotenza che spesso porta al bisogno di piangere o di fuggire.
Conosciamo una depressione detta "reattiva" e cioé causata da una situazione molto penosa, come la morte di un familiare o di un amico, o conseguente a un insuccesso personale, nel campo del lavoro, o nel campo affettivo.
La depressione maggiore o depressione psicotica sembra invece non avere una causa oggettiva ed è stata definita "il male oscuro". La depressione maggiore ha sempre un rischio suicidario e spesso, per essere trattata, richiede una integrazione fra farmaci e terapia psicologica.

Mania
Viene definita mania una eccitazione generalizzata dell’attività mentale. Il soggetto passa da un pensiero all’altro, come in preda a una febbre comportamentale e mentale. A volte ha la sensazione che i pensieri gli sfuggano dalla testa. Il livello di concentrazione si abbassa e la qualità delle percezioni diminuisce, facendo spazio a una sovrapoduzione di idee confuse. Malgrado le manifestazioni esteriori della mania e della depressione siano diametralmente opposte, il problema con cui il soggetto si misura è lo stesso: e cioé l’incapacità a provare soddisfazione dalla vita. "Il depresso è risucchiato nel vuoto, il maniaco gli gira attorno".
Esistono persone in cui la depressione e la mania si alternano ciclicamente procurando un disturbo detto "bipolare". Il vero problema è quello depressivo, a cui il soggetto si oppone con tutte le sue forze, assumendo caratteri di tipo maniacale.

Schizofrenia
Abbiamo già parlato abbondantemente di questo grave disturbo. I principali sintomi che si trovano collegati ad essa sono diversi: in primo luogo, l’isolamento dalla realtà, e cioé il fatto che il paziente vive isolato in un proprio mondo. Nella sindrome autistica, la realtà viene vista con toni così negativi, da creare degli attacchi agli organi di senso che impediscono un rapporto col mondo, isolandosi da esso. In questo senso W. Bion parla di attacchi al legame, quindi agli organi che consentono un legame con la vita di relazione.
Un secondo sintomo tipico è il delirio. Si tratta della convinzione che una certa idea, a volte inverosimile, sia vera, o venga vissuta in modo così vivido da essere ritenuta realistica. In ogni caso la partecipazione emotiva al delirio è molto elevata.
Da ultima l’allucinazione completa il quadro della sintomatologia schizofrenica.
È una alterazione della percezione in cui vengono viste o udite o sentite tattilmente delle stimolazioni inesistenti.

Paranoia
Si parla di paranoia quando il soggetto manifesta atteggiamenti persecutori, spesso sfoncianti e vere e proprie forme di delirio al cui centro si trovano idee di complotti o di tentativi di attacco alla incolumità del paziente.
Il paranoico è sicuro della fondatezza delle proprie idee e nessuno riesce a convincerlo della loro assurdità. A volte il senso di aggressione è così forte da indurre una forte sospettosità, che si allarga a una vasta parte del mondo circostante, visto sempre in combutta contro di lui. In altri casi invece il persecutore viene identificato e anche perseguito, per scopi "difensivi". Può accadere che in azione di "difesa" il paranoico possa aggredire a sua volta il suo presunto "persecutore" creando pericolosi "passaggi all’atto".

Ossessioni
Sono caratterizzate da comportamenti obbligati o compulsivi. Il soggetto si sente costretto a compiere determinate azioni, a ripetere rituali, al fine di esorcizzare situazioni di pericolo.
A volte la patologia si presenta come bisogno sfrenato di tenere tutto sotto controllo, portando a una esagerazione per l’ordine e la pulizia.
Talora l’ossessione può rendere la vita così piena di rituali, da impedire alla persona che ne è affetta di muoversi o la costringe ad affaticanti e soffocanti operazioni vissute in modo doloroso.
In adolescenza è facile che si presentino sintomatologie transitorie di natura ossessiva, ma sono del tutto fisiologiche e si risolvono spontaneamente.

Fobie
È definita col termine fobia una forma di paura intensa provocata da determinati tipi di animali: cani, topi, ragni, insetti, serpenti, ecc, o persone o ambienti, o situazioni.
Si parla di agorafobia quando la paura è collegata ad ambienti aperti, ampi, come certe piazze; al contrario invece si definisce claustrofobia l’angoscia derivante dal permanere in ambienti piccoli o stretti.
Uno dei problemi più interessanti collegati alle fobie riguarda le strategie di evitamento dell’ostacolo che genera la fobia. Talora queste strategie diventano così imponenti da ridurre la vita di relazione. Pensiamo che una forte fobia dei cani o degli insetti può ridurre molto l’uscita della persona in ambienti naturali e quindi sfociare in una chiusura all’interno delle mura domestiche, sentite come protettive e rassicuranti.

Malattie alimentari psicogene
Sono disturbi psicologici che riguardano problematiche collegate all’assunzione o al rifiuto del cibo.
Attualmente osserviamo con grande frequenza il presentarsi di patologie della sfera alimentare. Distinguiamo l’anoressia che colpisce prevalentemente soggetti femminili in età adolescenziale. Si presenta come un rifiuto ostinato di alimentarsi e può condurre a una forma di dimagrimento talmente elevata da compromettere il funzionamento del corpo. Si blocca il normale ciclo mestruale e la ragazza rischia realmente la sua stessa vita.
L’anoressica non è in grado di valutare il grado del suo dimagrimento e, nonostante sia molto esile, si vede sempre grassa ed in modo irrimediabile. La responsabilità della sua condizione viene attribuita alla madre che si considera causa dei difetti fisici di cui si vede vittima la ragazza.
In alcuni casi l’anoressia si presenta alternata a momenti in cui la persona incorpora cibo in modo esagerato, specie dolci, mostrando una sorta di ciclicità fra fasi di anoressia e fasi di bulimia.
La bulimia, dal canto suo, è proprio caratterizzata da un rapporto avido col cibo, ingerito in grande quantità e con fretta esagerata. Il soggetto bulimico mangia spesso di nascosto e poi vomita, nel tentativo di riparare le conseguenze delle abbuffate.
Si conoscono forme di anoressia in cui la persona, dopo aver mangiato, "brucia" il cibo attraverso una intensa e smodata attività fisica, trascorrendo ore in palestra o facendo footing. In altri casi ancora, dopo ogni pasto l’anoressica, si procura il vomito e impedisce così l’assimilazione dei cibi.

Dipendenze patologiche
Si tratta di un capitolo complesso della psicopatologia e comprende la dipendenza patologica da diverse sostanze come l’alcool, i farmaci e le varie forme di sostanze stupefacenti.
I soggetti che presentano questi tipi di patologia arrivano a vivere solo in relazione alla sostanza di cui abusano.
A proposito della tossicodipendenza, lo psicologo Oliverstein sostiene che l’uso della sostanza tossica, come l’eroina, serva al malato per combattere forme ancora peggiori di sussistenza psicologica, come la follia, realizzando una sorta di equibrio assai precario basato sull’assunzione di droga.
Si tratta sempre di patologie gravi, assai difficili da trattare.

Ipocondria
Si tratta di un disturbo che imprime la convinzione di essere ammalati anche senza motivo. Di questo il paziente si preoccupa e ne soffre altamente. Spesso la medicina lo considera un ammalato immaginario, ma l’ossessione rivolta verso il proprio corpo genera un’angoscia reale, che deve essere considerata sotto il profilo psicologico.

Malattie organiche

Sono molteplici e riguardano il funzionamento del sistema nervoso centrale. Per questo motivo non le prendiamo in considerazione dal punto di vista psicologico, anche se, naturalmente, vi sono profonde relazioni fra patologie nervose e problematiche psicologiche.
La terapia consiste nel cercare i fili spezzati dell’esistenza dei pazienti, e tentare di annodarli. I nodi sono spesso possibili, ma non è detto che tengano a lungo. A volte occorre riannodarli più di una volta; in altri casi non è proprio possibile.

Il mio ansiolitico:


che cazzo di titolo volete che metta?

Fanculo a tutti.

A TUTTI.

Sono stanca.

Non mi devo giustificare. Con nessuno.

Non devo fare il lavoro degli altri.

Arrangiatevi.

Non devo rendere conto a nessuno di quello che faccio e del motivo per cui lo faccio.

Non voglio più stare male.

Voglio stare sola. Per sempre.

Per cosa lo sto facendo?

Perché m'impegno così tanto nelle cose che faccio?

Per che fine, che scopo?

Tanto morirò e sarà stato tutto vano, tutto inutile.

Una parvenza di felicità che porta a cosa?

Spenderò tutti i miei soldi.

Mi godrò la vita.

Ingrasserò di altri 100 kg.

Fumerò 4 pacchetti di sigarette al giorno.

Tanto morirò comunque.

Ma farò tutto da sola.

Perchè sono stanca di relazionarmi agli altri.

Tanto gli altri non mi capiscono.

E io non capisco loro.

Sono fatta per stare sola.

Poi qualcuno mi chiede: "che cos' è la normalità?"

La normalità, per me stessa, sono io. Sono gli altri. O forse non esiste.

Voglio essere normale.

domenica, settembre 23, 2007

Zampetta




Incredibile cosa capita a certe menti quando entrano in contatto con degli animali..: la mia famiglia ha deciso di "adottare" un passerotto che ogni giorno, ripetutamente, si presenta nel nostro giardino in cerca di qualche briciola di pane... Questo piccolo uccellino ha una particolarità fisica e una caratteriale: ha una sola zampa e non ha paura di nulla. Si avvicina a noi come se si fidasse totalmente di noi, come se sapesse che non abbiamo intenzione di fargli del male ma che, al contrario, siamo felici di poterlo aiutare.

Mia madre ha preparato una ciotola con dell'acqua e una pagnotta indurita e le ha sistemate in giardino, dove il piccolo "Zampetta" (lo abbiamo chiamato così...) è solito "atterrare"!

E' bello svegliarsi la mattina e sapere che la tua famiglia ha un cuore grande come il sole!

Ed è bello svegliarsi la mattina del tuo giorno di riposo e vedere il sole!

Si va a Venezia!


domenica, settembre 16, 2007

SHAKESPEARE

"'Tis in ourselves that we are thus, or thus.
Our bodies are our gardens, to the which our wills are gardeners"

IAGO
OTHELLO
I.III
"Dipende soltanto da noi essere in un modo o nell'altro.
Il nostro corpo è un giardino e il suo giardiniere è la nostra volontà"

IAGO
OTELLO
I.III

giovedì, settembre 13, 2007

Perché?

Se c'è una cosa che davvero m'infastidisce è essere presa in giro. Come se fossi un'idiota che non sa di essere al mondo. Come se me lo meritassi (me lo merito?) Da chiunque, in particolare dalle persone che dovrebbero essermi vicine.
Il mio sbaglio è che perdono troppo spesso ma dimentico quasi mai.
Stop.
Poi ci sono delle cose da qualche ora mi chiedo a proposito di me stessa:
perché mi è così difficile dire alle persone quello che provo?
Perché non rispondo mai ad un abbraccio sincero?
Perché m'imbarazzo per un regalo inaspettato?
Perché sono così diffidente nei confronti del mondo?
Perché poi quando decido di fidarmi faccio male i conti e mi fido delle persone sbagliate?
Perché chiedo sempre aiuto agli altri?
Perché mi è così difficile prendere delle decisioni?
Perché nonostante provi a contare solo sulle mie forze sto troppo male a pensami da sola?
Perché sto facendo delle scelte importanti nella mia vita e nessuno mi fa domande?

mercoledì, settembre 12, 2007

3 punti

Punto Uno: Ho finito "Harry Potter and The Philosopher Stone". Commento: molto bello, ben scritto e ben studiato. Dolcezza e brivido al punto giusto. Ma non comprendo tutta questa HP-Mania... Forse un po' esagerata. Ne riparleremo quando vedrò il film...
Punto Due: Ieri sera ho visto un fil bellissimo: "Mio Fratello è figlio Unico". Spledida la "storia d'amore" tra i due fratelli che si amano alla follia pur essendo così diversi. Bello il background storico studiato nei minimi particolari per rappresentare un quadro perfettamente obiettivo della situazione dell'apoca. La "Storia" non appesantisce la "storia". Un bell'8 per Daniele Lucchetti!
Punto Tre: Ricomincio a studiare.

domenica, settembre 09, 2007

...

Non le tollero più.... le 12 ore...

sabato, settembre 08, 2007

No Regrets

Questo è uno dei brano di Robbie Williams che più amo. Per la rabbia che esprime; rabbia che è fondamentalmente una maschera, una copertura della sofferenza che in realtà si cela dietro le sue parole. E' forse la canzone più bella che abbia mai scritto:
Tell me a story
Where we all change
And we'd live our lives together
And not enstranged
I didn't lose my mind
it was Mine to give away
Couldn't stay to watch me cry
You didn't have the time
So I softly slip away...
No regrets
they don't work
No regrets
hey only hurt
Sing me a love song
Drop me a line
Suppose it's just a point of view
But they tell me I'm doing fine
I know from the outside
We looked good for eachother
Felt things were going wrong When
you didn't like my mother
I don't want to hate
but that's All you've left me with
A bitter aftertaste and a fantasy
of How we all could live
No regrets
they don't work
No regrets
they only hurt
(We've been told you stay up late)
I know they're still talking
(You're far too short to carry weight)
The demons in your head
(Return the videos they're late)
If I could just stop hating you
(Goodbye)
I'd feel sorry for us instead
Remember the photographs
(insane)
The ones where we all laugh
(so lame)
We were having the time of our lives
Well thank you
it was a real blast
Everything I wanted to be
every Time I walked away
Everytime you told me to leave
I just wanted to stay
Every time you looked at me
and Everytime you smiled
I felt so vacant
you treat me like a child
I loved the way we used to laugh
I loved the way we used to smile
Often I sit down
and think of you For a while
Then it passes by me
and I think of Someone else instead
I guess the love we once had is Officially
dead

venerdì, settembre 07, 2007

Sarò forte

Qualche mese fa, in un momento di tristezza, che era più o meno il "riassunto" di un periodo di tristezza, scrissi un post in cui ripetevo infinitamente le parole "sarò forte, sarò forte, sarò forte..."
Volevo riproporlo, ma mi sarei annoiata io stessa a riproporre una cosa del genere. Perchè è una presa per il culo! IO NON SONO FORTE!!!
Ci provo in tutti i modi. Ci provo a contare solo sulle mie forze ma non ce la faccio proprio! Non sono fatta per questo! Per tutta la mia vita, lo so, continuerò sempre a dare importanza alle altre persone, a quelle che significano (o hanno significato) qualcosa d'importante per me. Non ci posso proprio far nulla! Non riesco ad accontentarmi dell'indifferenza di queste persone. A questo punto preferirei l'odio, il disprezzo... Perchè l'indifferenza è una cosa talmente brutta, talmente annichilente, che il mio corpo non la sostiene. Fisicamente parlando. Ma mi ci devo abituare, perchè sembra che alcune persone non abbiano intenzione di cambiare il loro atteggiamento. Mi ci abituerò, perché non ho nessun altra alternativa. Non c'è scampo.
Oggi comincia una nuova vita, con una persona in meno dalla mia parte, una persona in meno che mi voglia bene, ma con un po' di coraggio in più che sto cercando di trovare dentro di me.

martedì, settembre 04, 2007

WITHIN YOU WITHOUT YOU

We were talking-about the space between us all
And the people-who hide themselves behind a wall of illusion
Never glimpse the truth-then it's far too late-when they pass away.
We were talking-about the love we all could share-when we find it
To try our best to hold it there-with our love
With our love-we could save the world-if they only knew.
Try to realise it's all within yourself
No-one else can make you change
And to see you're really only very small,
And life flows within you and without you.
We were talking-about the love that's gone so cold and the people,
Who gain the world and lose their soul-
They don't know-they can't see-are you one of them?
When you've seen beyond yourself-then you may find, peace of mind,
Is waiting there-
And the time will come when you see
we're all one, and life flows on
within you and without you.
GEORGE HARRISON

lunedì, settembre 03, 2007

Forse

Forse dò troppa importanza alle cose.
Forse dò troppa fiducia alla gente.
Forse gliene dò troppo poca.
Resta il fatto che in questo momento mi sento come se un carro armato mi avesse appena investita.
Perché?
Perché vengo punita solo per il fatto di amare e di tenere alle cose che amo?
Scusatemi, tutti. Forse sono stata pesante. Forse ho sbagliato tutti i miei conti.
Ma ora mi rendo conto che l'affetto non basta.
Non so se avercela con me o con gli altri.
Oggi ho deciso di dimenticare parte del mio passato. Perchè se dimentico i bei momenti che ora non ho più magari questo mi permetterà di non soffrire, di sentirmi meno sola, meno stupida, meno idiota.
Scomparirò dalla tua vita.
Se è questo quello che vuoi.

domenica, settembre 02, 2007

IL MIO OROSCOPO DI OGGI

Letto dopo aver preso le mie decisioni, letto dopo aver scritto il post appena scritto... Vorrà di re qualcosa?



"Leone Saturno sta per lasciare il vostro segno liberandovi di due anni e mezzo di pesantezza ma anche di una nuova ristrutturazione della vostra vita. Avete fatto fatica ad accettare il suo passaggio ma ora sarete senz' altro più forti e consapevoli della strada da intraprendere. Oggi ancora qualche tensione. "



Ho avuto Saturno Contro per due anni...

Positività

Non mi riesce molto ultimamente, e chi mi sta vicino lo può confermare... Ma vorrei cercare di essere positiva. Una volta ogni tanto devo farlo, perché lo devo a me stessa...
Ho preso delle decisioni in questi due giorni; beh diciamo che ne ho presa una di importante, ovvero cercare di capire perché sono nata... Qual è lo scopo della mia vita? Mi sto muovendo in questa direzione. Una cosa in mente ce l'ho, forse prenderò un abbaglio, ma ci devo provare, non ho nulla da perdere in questo momento... Ho deciso di parlare con una persona che forse mi aiuterà a capire se questa è davvero la mia strada e ho intenzione di farlo al più presto. Questa persona potrebbe realmente aiutarmi. Se davvero pensa, come mi ha detto in passato, che in me ci siano delle potenzialità credo che sarà pronta ad aiutarmi. E se non lo farà almeno ci avrò provato e non potrò mai rimpiangere di non averlo fatto.
Credo che non ne parlerò finché non l'avrò fatto perché per una volta vorrei che fosse una cosa mia e solo mia, una cosa bella e non brutta da nascondere. Vorrei urlarlo al mondo, ma forse ho paura dei giudizi e dei consigli. O forse ho solo paura di deludere ancora una volta le persona che mi stanno intorno. Perchè se non riuscirò nel mio intento potrei dire di non averlo mai fatto... Potrebbe essere un'idea. Anche se so che non lo farò...
Oggi giornata strana, momenti di tranquillità e momenti di tristezza assoluta. Questa decisione mi ha fatta sentire forte. Poi però, come sempre, ci sono le piccole cose che ti fanno pensare e ti eriscono dentro, come un cenno di vicinanza mai arrivato... Speri nel profondo del cuore che le persone che ami ti facciano capire che sono con te, che ti vogliono aiutare, che ti staranno vicine. E lo hanno fatto tutti, tranne una persona. Ma la speranza è l'ultima a morire. E' bello sapere di contare su alcune persone quando stai male. Ed è brutto che alcune persone nn si accorgano che stai male veramente e che non sono solo invenzioni momentanee. Come ho scritto nel titolo del post precedente: "odio l'odio" e non voglio provare questo sentimento. Mai nella vita. Quelle poche volte che l'ho provato nel mio cuore si è aperta una ferita dura da rimarginare... E vorrei mantenere il mio cuore integro il più possibile, perchè ne ho bisogno...
Chiudo con una citazione di un famoso scrittore:
"L'amore mostra all'uomo come dovrebbe essere"
Anton Checov

venerdì, agosto 31, 2007

odio l'odio

Dopo tanto tempo sento che ho bisogno di scrivere. Scrivere per sfogarmi. Mi è stato detto che se a me non interessasse far leggere agli altri potrei tenere un diario e sarebbe la stessa cosa. Verissimo. Forse la speranza che ho è che chi legge impari a conoscermi meglio perchè a volte si crede di conoscere una persona invece non è così. Si crede di essere nella sua mente ma non è così. Nemmeno io conosco la mia mente. Non ne capisco il funzionamento. So che c'è qualcosa di malato nei pensieri che faccio, so che in me c'è qualcosa che non funziona come dovrebbe, e sto cercando di capire quale sia la soluzione a questo mio piccolo-grande problema. Piccolo perché chi non è un po' "strano"? Grande perchè questo mio malfunzionamento porta solo a dell conseguenze negative, per me e per gli altri. A me perché ne soffro, perchè determinate cose mi fanno star male e soffrire, e il fatto di sapere di soffrire per delle cose che nella realtà non dovrebbero toccarmi, mi fa stare ancora peggio, Perché non riesco a fermare la mia mente. Lei viaggia e non si ferma. E' come se viaggiasse in un labirinto senza fine e questo mi disorienta continuamente, ogni secondo della mia vita.
Sono debole, questo è il problema. La mia forza è morta tanto tempo fa, forse quel lontano giorno d'estate quando qualcuno ha viziato la mia ingenuità di bambina, quando ho scoperto che la vita nasconde tante insidie e che spesso si nascondono proprio dietro l'angolo che fino a quel momento pensavi fosse quello più sicuro. Poi ho nascosto questa mia debolezza dietro una falsa corazza che ora si è completamente consumata. E tutto questo è avvenuto sotto imiei occhi senza che nessuno potesse far nulla per cambiare le cose, senza che io stessa potessi far niente per cambiare le cose.
Mi vergogno. Mi vergogno di quello che sono, di quello che vorrei essere, di quello che ho e di quello che non ho. Ho paura di perdere quello che ho anche se poi tutto è effimero e insicuro. Ho bisogno di sicurezze e se qualcosa o qualcuno nella mia mente è vissuto come una minaccia io cerco di difendermi, perché ho paura. E le cose che mi fanno più paura sono quelle che mi pacciono di più.
E' la mia mente che parla. Non so cosa scrivo. non lo capisco nemmeno io.
Come si fa ad aver paura di una cosa che ti piace?
Invece è proprio così.
Di che cosa ho davvero bisogno? In fin dei conti mi sono sempre bastata. Ma ora non mi basto più. Cerco in me qualcosa che non ho saputo trovare negli altri. O forse cerco negli altri qualcosa che non ho saputo trovare in me.
Cosa c'è che non va in me? Non lo so, non lo capisco. Forse tutto. Forse niente.
Sono io che sono sbagliata o sono gli altri che non capiscono?
Io non capisco. Io ho qualcosa che non va. E' la legge dei numeri. Se 1 persona su 10 mi capisce vuol dire che noi due siamo sbagliati. E' ovvio.
Ma non ce la faccio. Non riesco ad uscire da quel labirinto che è il labirinto della mia mente. Non riesaco a fermare i brutti pensieri, le brutte sensazioni. E mi fa mal di stomaco. E vorrei morire. Ma non ne avrei mai il coraggio. Non voglio morire. Vorrei non essere mai nata. Ma sono contenta di quello che sono. Sono contenta di quello che ho. Sono triste per quello che non sono e per quello che non ho. Vorrei essere me stessa, solo un po' diversa. Vorrei avere ciò che ho, magari un po' di più.
Di una cosa sono certa, che se resto sola non posso farcela. E non voglio restare sola.
La mia paura più grande è quella di restare sola. E se resto sola non posso guarire.
Non ho chiesto di essere così, ci sono nata,. O forse lo sono diventata. Non lo so. ma sto male perché sono stanca di piangere. Sono stanca di dover spiegare i miei processi mentali che nemmeno io capisco. Sono stanca di litigare con la gente.
Voglio amare ed essere amata. Voglio dare me stessa al 100% alle persone e alle cose a cui tengo e ci provo davvero con tutta me stessa. A volte non ci riesco. A volte sbaglio i modi e i mezzi e quindi quello che ne risulta non sono le intenzioni iniziali. Non riesco a decidere quale sia la cosa giusta in nessuna occasione ormai. Ho dei pregiudizi, forse è vero. Ma ognuno di noi ha il diritto di sbagliare. Io vorrei avere il diritto di sbagliare. Anche di sbagliare a pensare. E a dire ciò che penso.
Vorrei abbracciare le persone che amo e dir loro: "ti voglio bene" e fanculo al resto, questo è quello che conta. Non è davvero questo ciò che conta?
Sì, è proprio questo ciò che conta.
Forse l'ho detto troppe poche volte e non riesco più a capire cosa voglia dire veramente. Forse ho sempre dato troppa importanza al "bene". Ma per me conta più di qualsiasi cosa al mondo. Non posso stare sola. Non posso vivere senza le persone che amo. Non posso. Non mi basto. Devo ricostruire quella parte di me che si è consumata e da sola non posso farlo. Ho bisogno di aiuto. Mi rendo conto di chiedere troppo. Io stessa non sono pronta ad aiutare chiunque me lo chieda. Ma io non sono chiunque. Non vorrei essere chiunque. Vorrei essere Qualcuno. Qualcuno di importante.
Ti voglio bene. Mi voglio bene, almeno ci provo.
Se non basta qualcuno mi dica cosa posso fare, perchè da sola non riesco a capirlo...
Ti voglio bene

giovedì, agosto 30, 2007

CrescereCambiareContare

Per crescere non è mai troppo tardi. 27 anni e non mi sento pronta. Pronta per cosa? Non lo so. Pronta e basta. Pronta per tutto, per affrontare. Affrontare cosa? Non lo so. Tutto. La vita porta tante gioie e al tempo stesso tante sofferenze. Non mi ento pronta ad affrontare delle sofferenze. Di nessun tipo. Nemmeno le più piccole. Il sentirsi sola. Il sentirsi gelosa delle persone che ami. Di sentirsi invidiosa di quello che gli altri hanno ma soprattutto di quello che gli altri SONO e tu non sei. Forse crescere vuol dire accettarsi. E io non sono pronta. Non sono pronta a lasciarmi il passato alle spalle. A dimenticare QUEI dolori. Nessuno, nemmeno uno. Quelli di ieri e quelli di tanto tempo fa. Cose che ti perseguitano e che non ti lasciano libera. Fingo di lasciarmi andare ma alla fine non lo faccio mai veramente. Perché? Perché è così diffcile? Lo è solo per me o lo è anche per gli altri? Perchè voglio sempre cose che non posso avere. Una volta conoscevo i miei limiti e le mie potenzialità. Ora non li riconosco più. Voglio troppo. O forse non voglio molto ma anche quel poco non riesco ad ottenerlo. Sono sfortunata? O sono io stessa fautore del mio o destino? Ho sbagliato qualcosa? E quando? Ho fatto qualcosa per meritarmelo. In fin dei conti amo. E basta. E' la cosa che mi riesce meglio. E soffro. Anche questa mi riesce bene. Non chiedo molto. Davvero. Chiedo comprensione. E affetto.
Forse non si tratta di crescere, ma di cambiare. Forse quella volta (quelle volte?) quando mi è stato chiesto (da chi?) di prendere delle decisioni ho scelto la porta sbagliata. Come un libro game. In base alla risposta che scegli tutto cambia, le tue esperienze e il tuo destino. E le esperienze ti segnano e modificano il tuo carattere. Si può fare rewind??? Ma a che punto mi devo fermare? Non saprei. Non vorrei tornare indietro e poi scegliere di nuovo la risposta sbagliata. Quel poco di fiducia in me stessa che mi è rimasta svanirebbe in un secondo. Come si fa a cambiare? In cosa devo cambiare? Come sarei se fossi diversa? Mi piacerei di più, uguale, di meno? Rischioso.
Mi basterebbe poter contare su qualcuno. Qualcuno a cui affidare me stessa in toto. Ho sempre fatto tutto da sola. Ora sono stanca. Qualcuno può prendere delle decisioni per me? Non sono più obiettiva sulla mia vita. La saggezza che avevo è scomparsa. Se anche avessi la possibilità di scegliere cosa cambiare e in che punto cambiarlo non credo che avrei la lucidità per compiere la scelta giusta. Disdetta. Soluzione? Non ce n'è una. ce ne sono tante. E non ce n'è nessuna.
L'altra sera avevo l'ispirazione. Poi l'ho persa. poi è tornata. Poi l'ho persa di nuovo. Ora non sono ispirata, sono solo confusa. Schnitzler mi capirebbe.